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La mia cartolina/9

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Maurizio Sansavini

Era il 1993 quando il muratore e scultore Domenico Mengozzi si mise a piangere. Il suono del pianto si mischiò al rumore della macina del mulino di Fiumicello, poco sopra a Premilcuore: a metà strada tra Forlì e Firenze. Era dal 1963 che quel disco di pietra dura, circa quattro secoli di vita, non macinava né grano né castagne. Questa mattina – 28 giugno 2017 – assieme al genero dello scultore, Maurizio Sansavini, abbiamo rievocato il tempo dei mulini. Perché c’è stato un tempo in cui da Premilcuore a San Martino in Strada i mulini erano circa sessanta. E in quello più alto, a Fiumicello, dove viveva la famiglia Mengozzi, la prima pietra fu posata circa mille anni fa. Gran parte di quei mulini oggi è cumulo di sassi coperto dai rovi e dalla terra. Per secoli la gora di Fiumicello ha prodotto la farina per uomini e bestie di montagna. Già, c’è stato un tempo, prima che la popolazione della montagna finisse nella gora (morta) industriale della pianura, in cui a Fiumicello vivevano 500 persone sparse per una quarantina di poderi. Salvo le domeniche d’estate, i residenti di Fiumicello oggi sono tre e non più giovanissimi. Il mulino è l’inno alla vita che un pugno di uomini, tipi lontani anni luce dall’orografia umana di spiaggia, ha riportato tra i boschi che si innervano sul crinale del passo Tre Faggi. Il sacerdote del sasso fu Domenico Mengozzi che il boom industriale portò in pianura nei tre anni cruciali della montagna forlivese. “Successe tutto – così Maurizio – tra il 1960 e il 1963. L’industrializzazione svuotò la montagna”. Fu un’operazione così perfetta che sull’Appennino di Forlì e Cesena il ‘luogo natura’ è tornato contendibile: uomini e animali in lotta. Lassù, il corpo a corpo per la sopravvivenza degli animali è tema presente, vivo, caldo come il sangue, uscito dai libri di geografia e biologia per le scuole medie per (ri)farsi vivo. Si vive tra sassi e legname, ferro forgiato nei forni della montagna che, fino alla prima parte del secolo scorso, ricadeva sotto il territorio fiorentino. Il mulino è lo scoglio sfiorato dal rio Fiumicello, affluente del Rabbi. Il mulino è la cattedrale di un mestiere, quello del mugnaio, che segnava il ritmo dei bisogni dell’uomo. Da quel mulino, in parte devastato dall’alluvione di Firenze del 1966 – perché l’urlo dell’Arno inseminò di distruzione i corsi d’acqua del territorio – passavano le genti. Il mulino frontiera di Fiumicello vide passare pastori 19enni che per la prima volta scendevano a Forlì per salire sul treno della guerra. La pianura non l’avevano mai vista prima. Dal mulino pianeta iniziava la lunga discesa verso l’oceano pianura. L’ultima ondata di acqua chiara verso le pale venne comandata nel 1963. Non c’era più nessuno lassù. Non c’era più nessuno che portava il grano da macinare e la famiglia Mengozzi iniziò la sua diaspora verso le basse del Nord. Con l’ultimo giro al chiavistello cadeva una delle frontiere dell’identità dell’entroterra. “Nel 1990 – dice Sansavini – quando decidemmo di mettere in sesto il mulino dovemmo preparare incartamenti come quelli usati per la diga di Ridracoli”. In Italia la burocrazia ha lo stesso peso sia che tu debba realizzare l’invaso che disseta la Romagna sia che tu debba rimettere assieme due sassi. Su quel progetto di recupero dovettero dire la loro ben nove enti. Compresa l’utilissima Comunità montana. “Quando nel 1993 la macina tornò a girare Domenico Mengozzi, figlio di una stirpe di mugnai lì dal 1.600, versò una lacrima”. Ci si chiede allora cosa sia la memoria. Forse è il solo mettere in moto una macchina libera dal dovere di produrre cose per noi. Si chiede a uomini che passano le domeniche a levigare sassi e a tenere pulito un bosco, cosa si provi a stare lassù: “perché si sta meglio”. Si sta meglio nella fortezza Bastiani in attesa del nulla. A difesa di un mondo che si sta riabituando a vivere senza l’essere umano.

Buona Festa Artusiana. Ma occhio alla Q

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Buon appetito

Come eravamo belli, una volta. Edizione 2017 della Festa Artusiana. Si parte, anzi partite – io sarò assente – ma luovo.it non può marcare una sua assenza totale. Non può un po’ per la smania di protagonismo che si impossessa dei forlimpopolesi in questi nove giorni di bagordi e, soprattutto, non può per evitare che il grande carnevale degli esofagi affoghi le correnti polemiche della vigilia. E, se permettete, in questo spicchio di Romagna, siamo gli unici a procurar battaglia. Ma quali polemiche? E’ bastata una passeggiata questa mattina (venerdì di vigilia) per saggiare la temperatura. Lo spunto è la frase che da un po’ di edizioni a questa parte passa di bocca in bocca: era più bello una volta. Quando si reggeva sul volontariato puro. Erano tutti coinvolti e ogni forlimpopolese apriva le porte ai viandanti. Come ogni ricordo, la nebbiolina nasconde le magagne del passato e, come ogni ricordo, il ‘come eravamo belli’ getta la sua luce artificiale (e un filo sinistra) su miti di dubbia esistenza. Il ricordo dei più è racchiuso nella bottiglia della memoria dispersa tra i flutti di una manifestazione culinaria di difficile collocazione. E questo è vero. La filosofia di fondo resta un mix sospeso tra equivoci culturali e aspirazioni di potere e visibilità. Tanto che così, a occhio, la Festa dà l’idea di una scenografia collocabile ovunque. Eppure la malinconia dei più pecca su un paio di punti. Il dogma del volontariato totale e a tutti i costi, mantra pieno di tossine, non può reggere a lungo. In primo luogo perché ci si fa un grande culo e alla lunga ci si rompe le palle. E secondo perché, negli anni, il mitico volontariato ha regalato, ad alcuni (so, ma non ho le prove), un bel po’ di liquidità. Altro aspetto, cioè la grande bellezza da più vestali evocata, non aveva spazi vitali per crescere. La burocrazia esige il suo tributo di carte, regolamenti, tasse e controlli serratissimi da parte della polizia del pensiero. Un salto di Q era quindi fondamentale. Ma il salto di Q è un salto di Quantità che, anno dopo anno, sta seccando la radice autoctona di una festa cullata, tanti anni fa, nel grembo della Qualità. Non si spiegherebbe altrimenti l’effetto domino del disarmo tra le linee dei forlimpopolesi. Qualcosa non torna anche se, dobbiamo darne atto, Mondiali di calcio o Notte Rosa, i numeri sono dalla parte degli organizzatori. E che numeri… Tutto ha un prezzo, certo, ma credo sia giunto il tempo della decisione, ossia scegliere quale identità debba avere la nove giorni dedicata a Pellegrino Artusi. Alla zarina Laila Tentoni, all’assessore Adriano Bonetti, al sindaco Mauro Grandini e ai vari colonnelli – compresi gli standisti più fedeli alla corte e alla linea – chiedo una definita operazione di maieutica. Tanto dal punto di vista della proposta enogastronomica quanto, di conseguenza, da quello della sovrastruttura culturale. Su questo secondo punto mi risulta che i referenti dell’area spettacoli si succedano, uno dopo l’altro e anno dopo anno, come gli allenatori sulla panchina del Palermo di Zamparini. Un’idea di continuità, pure in tempo di carestia di fondi cultura, renderebbe più consistente anche la crosta di pane strisciata sull’aringa; tanto per restare in tema cibo. Con un filo di malinconia per i bei tempi passati (ma zero dietrologia) auguro a tutti buona Festa Artusiana. Perché si sta come all’Artusiana in fila alle Mariette…

Favole e mostri sull’E-45/10 (fine)

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Viaggio

Dal lago dei Pontini indietro nel tempo. Sulle tracce di un amico la cui ultima orma, sulla terra dei rapporti umani, era stata quel biglietto. Il navajo, come archeologo di apparati umani in dismissione, era risalito lungo la corrente della storia di quell’uomo e, come fosse stata una grande porta d’accesso, aveva varcato la soglia del suo problema. Il gioco. La sospensione dal presente per riprovare l’ebbrezza della potenza perduta dopo il primo masso caduto dalla vetta della crisi economica. L’inizio della frana delle sicurezze. Vanni non aveva accettato né il declassamento né, soprattutto, la nuova competizione del rampantismo. Aveva invece scelto l’accesso al cubo di cemento. Il primo dei tanti apparsi via via lungo la superstrada E-45. L’indiano aveva saputo del cubo di cemento dal sarsinate appassionato di entomologia. Francesco, si chiamava. Un tipo un po’ così che ogni tanto passava ai Pontini per fare due chiacchiere. Sedeva sul tronco e ogni volta aggiungeva un tassello alle sue teorie comparative tra insetti e umani. Migrazioni, nuovi atteggiamenti, scelte e rapporti di forza che si sviluppano in una vasca – ipotizzava Francesco – sono simili a quelli delle comunità degli uomini. Fu in una di quelle mattine che, davanti allo specchio del lago, il sarsinate comunicò a Berto le strane apparizioni grigie. Cubi di cemento, sorvegliati e costruiti da operai con volti simili a sassi scolpiti, levigati dall’ordine di una forza superiore. Facce inespressive. La non espressività, sosteneva sempre il vecchio Vanni, trasmette la vera paura. Affinità e sospetti. Sogni e costellazioni di pianeti idee, avevano indotto Berto ad associare il biglietto dell’amico a quel cubo. Ed è lì che entrò quella sera di giugno. Uscì a Pieve Santo Stefano e imboccò la stradina che conduceva al parcheggio del blocco uno. Scese dalla macchina e controllò di avere in tasca le banconote e il suo amuleto, l’acchiappasogni acquistato da un indiano su una spiaggia di Lido di Classe. Imboccò il tunnel d’ingresso alla struttura e per un attimo credette di essere intercettato da due occhi. Il locale era disseminato in ogni lato da decine di box che parevano docce solarium. In ogni box c’era un uomo. Il giocatore era immerso in una nube di luce che cambiava colore continuamente. Decise di provare. Inserì 20 euro e da un piccolo tubo sotto i suoi piedi iniziò a salire la nebbiolina colorata. Non ricordò esattamente in quale momento la sua mente iniziò a smottare verso l’incredibile. Ricordò solo che il gioco che aveva davanti non era una slot né una roulette russa. Sullo schermo rivedeva la sua vita e il gioco consisteva nel puntare somme crescenti sulle possibilità di cambiare l’ordine della propria storia individuale. Più cresceva il margine del sogno impossibile che – ipotizzò solo dopo – avrebbe radicalmente cambiato il suo destino, più la puntata richiesta era alta. Lui partì dall’unico sogno sul quale poteva agire: la fidanzata di tantissimi anni prima materializzata sullo schermo con le fattezze del suo ricordo. Aggiunse altri 10 euro e vide, per alcuni secondi, il come sarebbe potuto essere se… non avesse avuto paura, 37 anni prima, di lasciare la strada che le convenzioni familiari avevano segnato per lui. L’infinito delle possibilità, moltiplicato per l’infinito dei fotogrammi della sua memoria, poteva essere giocato. Rimesso in gioco. Il prezzo del passato. Giocare sulla memoria. Puntare sempre di più per sospendere il presente e vivere, onnipotenti, come artefici del proprio destino. Sospendere il tempo. Bloccare il presente. Cancellare il futuro per modificare il passato. Rivivere, agendo sui gangli delle scelte, variando il corso dei rami diretti al delta dell’infelicità presente. La praterie della memoria come luogo non solo rivisitabile con i pezzi dei ricordi ma come luogo del tempo dominabile. Il gioco durò venti minuti, cioè i 75 euro che aveva inserito. Quando uscì dal box venne avvicinato da un uomo che gli chiese se avesse voluto un prestito per accedere di nuovo alla vita che avrebbe voluto vivere. Pensò alla sua vita di adesso. Pensò al suo tepee al lago dei Pontini e all’effimera sensazione di avere un posto nel presente. L’uomo in grisaglia sottopose la lista dei prestiti possibili e quando Berto, come garanzia, rispose di avere solo una tenda indiana, l’uomo calcolò il valore delle sue poche cose e fece comunque la sua offerta. Lui, il capo – il Nipote –  voleva tutto. L’ obiettivo era quello di rendere la E-45 una strada sospesa. Un fiume senza argini di umanità al quale accedere solo per salire le spire del gioco-destino. Berto accettò il prestito di 200 euro e varcò di nuovo il box. Scelse di agire sul giorno in cui si rese conto che suo figlio si vergognava di lui. Scelse di non nascondere alla sua famiglia la radice di infelicità che stava ingrossando nel sottosuolo della sua vita. Puntò i 200 euro su quel fotogramma e chiuse gli occhi. Quando la mattina dopo tornò al lago vi trovò Francesco. Era agitatissimo. Disse di avere seguito uno strano camion guidato da un uomo con il volto scolpito nel sasso. Disse che su quel camion i maiali si cibavano di uomini e donne. Disse di avere capito che quel camion faceva sempre la stessa tratta, da un macello all’altro: da Orte a Ravenna. Doveva, quasi urlò l’entomologo di Sarsina, essere in qualche modo legato ai cubi di cemento armato apparsi negli ultimi tempi.

Francesco, posso farti una domanda?”

Certo”.

Se ti dessero la possibilità di agire sul passato per impedire il presente accetteresti?”.

Forse. Ma il prezzo sarebbe troppo alto. Un potere divino sarebbe un gradino sopra il gioco d’azzardo dove, comunque, affidiamo al caso il potere assoluto su di noi”.

Se ti dicessi che in quei cubi di cemento ti danno la possibilità di puntare sul tuo passato ci crederesti?”.

No, anche se credo che il grande invaso dell’infelicità sarebbe il più grande business mai apparso sulla terra. La puntata sarebbe tendente a infinito, così il rischio e la violenza del ritorno al presente. Un progetto del genere dovrebbe essere avvallato dallo stato e, soprattutto, chi se ne occupa dovrebbe avere un sistema di recupero crediti infallibile. Mostruoso. Alla lunga sarebbero tutti debitori”.

Credi che i debitori giunti al punto di rottura potrebbero finire in quei camion che trasportano maiali? E credi che il grande progetto sia quello di fare di questi monti una Las Vegas della memoria? Sospendere il presente, ottundere i sotterranei della nostra identità, anche quella più dolorosa, con la forza immane di puntare su tutto ciò che siamo stati, credi possa essere il fine ultimo?”.

Berto e Francesco si voltarono di scattò. Il muso del camion aveva appena fatto irruzione del campo navajo. L’urlo del maiale. [FINE]

Favole e mostri sull’E-45/9

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Il viaggio

Ci sono domeniche e domeniche. Domeniche in cui Francesco viveva nella clausura di se stesso. Domeniche in cui si infilava in macchina per imboccare il grande fiume di cemento e contemplare. Di buche, piloni solidi come grissini e tunnel deumidificati come budella di balena se ne fregava. Se ne fregava per una ragione: il problema non era quello. O, meglio, il problema era la desertificazione umana dei paesi che, come golene, accompagnavano da sempre – simili a stazioni di posta – lo scorrere della superstrada E-45. Gli autogrill, appoggiati sul fiume grigio scottato dal sole di giugno, erano cattedrali dei bisogni di passaggio. Li chiamavano i non luoghi. Tutto ciò che è solo di passaggio finisce per passare. Per scorrere, come acqua, verso il grande invaso della pianura. E-45. Zona sospesa su qualcosa. Mondo di cemento sopraelevato rispetto alle attività umane. Una dimensione a parte, appunto sospesa. La volta che provò ad inserire un diversivo nella sua vasca degli insetti, un legnetto per simulare un ponte, aveva notato che gli insetti né sceglievano il ponte né, soprattutto, rimanevano nelle stesse tane di prima. Cercavano la via di fuga verso i vetri trasparenti. Non è detto, quindi, che una strada serva per unire. La natura resta divaricata tra vallata e vallata. Gestire cosa? Bella domanda. La stessa che si pose quando osservò i cubi di cemento in costruzione. Strutture grigie in cemento armato stavano sorgendo in varie zone: a Umbertide, Mercato Saraceno, San Carlo, Tuoro. Blocchi, compatti. Parcheggi strappati a porzioni di natura. Senza vetrate, non potevano essere autogrill. Nessuna apertura per le finestre. Solo un imbocco per il tunnel di ingresso. Operai che parevano guardie, con volti simili a sassi scolpiti per offrire una parvenza umana, squadravano gli automobilisti che si infilavano nelle piazzole credendo di trovarvi la stazione di servizio. Quando Francesco decise di tornare era già buio. Rientrò a Sarsina, parcheggiò l’auto accanto a casa e spense l’autoradio. Dalle casse stava uscendo la voce di Renato Zero. Spiagge. Entrò in casa e accese la luce della sua wunderkammer. La maggioranza degli insetti se ne stava a bordo vasca. Ma alcuni, notò, si stavano radunando all’imbocco del bastoncino di legno. E a Francesco, prima di spegnere la luce per buttarsi sul letto, parve che alcuni insetti stessero accumulando materiale agli estremi del legnetto. [CONTINUA]

Favole e mostri sull’E-45/8 (con alcolico cameo)

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Viaggio 1
Viaggio 2

Beve? Il postino di Forlimpopoli non poté che attribuire ad una massiccia dose di brandy il contenuto della cartolina che aveva sotto mano. Ma che indirizzo è Mondo? E quel ‘Io resto qua’ fa tanto Vedi cara di Francesco Guccini.

Ma decise di tenerla. Primo, le cartoline sono quasi in estinzione e, secondo, quel Mattia Sansavini non abita più qua da tempo e un suo oggetto potrebbe un domani valere qualcosa.

Favole e mostri sull’E-45/7

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Viaggio

Accanto al tronco c’era ancora il mozzicone di Vanni. Tra le mani Berto reggeva la lettera che il vecchio amico gli aveva fatto trovare, la notte prima, all’ingresso del suo teepee. Il lago dei Pontini luccicava come ogni mattina di sole. L’ombra del bosco, più passavano le ore, più si ritirava dallo specchio d’acqua trovando la verticale (instabile) al picco della palla di fuoco. Quella mattina, al campo indiano navajo, avrebbe dovuto salire una comitiva di studenti. Zero voglia, quel giorno, di badare alla mandria di ragazzini e, soprattutto, di fare la faccia frequentabile davanti a quelle maestre che lo scrutavano con un mix di pietà, presa per il culo e tutto ciò che in qualche modo aveva incoraggiato la sua ritirata dalla comunità degli uomini bianchi, parenti compresi. Berto si era ritirato lassù perché sui 50 anni, con l’azienda edile lasciata dal padre dissolta come granelli tra le dita, i casi sono due: chiudere con tutto oppure schiudere il sogno di un bambino di San Piero in Bagno. La crisi dell’edilizia, si diceva. I paesi di montagna dissanguati, poco a poco, dal 2008 in avanti – primo anno di crisi – di aziende, posti di lavoro e soprattutto gente. Costante, lento spopolamento a favore, aveva notato lui, di una ripresa in grande stile del mondo naturale in montagna. Quasi come se si riproponesse, dopo secoli, l’antica contesa tra uomo e selva oscura. Il tutto mentre la pianura, come un estuario accoglieva corpi, tradizioni, sogni, posti di lavoro, identità in un vorace magma indistinto. Un mix non male per uno come lui che, una mattina di dicembre di alcuni anni prima, giorno di Santo Stefano, aveva salutato la famiglia per trasferirsi lassù, al lago dei Pontini. E soprattutto aveva deciso di piantare la tenda – una tenda indiana, un tepee – a bordo lago. Soldi, pochi. Il materiale per realizzare il campo era stato recuperato da discariche, magazzini in dismissione e dalle cantine. La sua tenda, più che un teepee, pareva una cosa sospesa tra una favela e un fumetto di Tex.  Ma le cose si sarebbero perfezionate col tempo. Ne era certo. Già, il fumetto di Tex. Negli ultimi anni di lavoro aveva occupato più tempo a scartabellare tra le vecchie cose di casa che a cacciare lavori nella cerniera che tiene assieme Romagna e Toscana. E quella mattina di dicembre fece fagotto, caricò il materiale sull’auto e si stabilì ai Pontini. La notte più bella della sua vita l’aveva addirittura disegnata. Era inverno e, mentre il grande bianco stava coprendo tutto, il primo pezzo di legno stava crepitando nella stufa in ghisa appena montata al centro del tepee. Come disse un rom: dal pezzo di legno che brucia nascono le stelle. [CONTINUA]

 

Favole e mostri sull’E-45/6

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Viaggio

Perché non ho avuto il coraggio di partire? Perché non ho fatto come le altre genti dell’E-45? Perché – si chiedeva il sarsinate Francesco – ho sempre concepito la vita come quella di un insetto nella vasca dell’entomologo? Protetta o rinchiusa? Al massimo in grado di scomparire sotto il pelo della sabbia: tra anfratti, tunnel, pertugi. In altre stanze dello stesso posto. Cosa mi lega al presente e al medesimo luogo? L’equilibrio di un 40enne sull’orlo del fiume di cemento in lento spopolamento scorre così. Che la mia vita sia retta su piloni di cemento costruiti da altri? Lunga, ma bloccata. E così tracciò, sigaretta tra le labbra, la sua immaginaria linea nel cielo. Tra le mani un disco di Lucio Battisti, davanti a lui il lago di Quarto. Il presente di chi vive nelle isole bagnate dal fiume di cemento è una zona sospesa senza lo sbocco dell’attesa. Tutto scorre, verso un estuario che non c’è.

Favole e mostri sull’E-45/4

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Viaggio

L’unico personaggio delle favole che gli era piaciuto era stato il carovaniere di Pinocchio. Il vecchierello rubicondo e terribile che raccoglieva i discoli nei crocicchi per portali al luna park e farne asini da soma, assomigliava tanto al suo nonno. Suo nonno era di Todi e per lavoro vendeva il gioco ai bordi delle strade. Il nonno era stato biscazziere da crocicchi. Un tavolino, tre carte e un paio di amici con il compito di recuperare i crediti da quelli che non pagavano. Il nonno era morto male. Lo trovò lui, il nipote, a due passi dal bosco dove nascondeva il suo tesoro. Il corpo del nonno era rannicchiato accanto ad un masso. Pareva un bambino addormentato, steso su un materasso di foglie umide e di sottobosco autunnale. Al nipote non avevano fatto impressione né la testa fracassata né le parti del corpo mangiate dagli animali della montagna. Ad essergli rimasta impressa era stata la tenacia del nonno che, probabilmente, aveva preferito farsi ammazzare invece di svelare dove nascondeva i suoi risparmi. Non gli sarebbe servito a niente – pensò – né implorare pietà con gli occhi fissi sulla mazza pronta a scagliarsi sul volto né, immaginò lui, scambiare la ricchezza con la vita che gli era rimasta. O, forse, pensò, era stato solo un debitore che aveva deciso di ordire la sua vendetta. I soldi, arrotolati e legati con lo spago, erano sempre nel solito posto. Il nipote seppellì il nonno senza appoggiare sullo strato di terra smossa né un fiore né un masso. Non avrebbe avuto alcun senso andare dai carabinieri per denunciare la morte dell’uomo più odiato della zona. A cosa sarebbe servito? Inoltre, dal mondo che aveva frequentato fino a quel momento, aveva appreso una legge: lo stato è solo una delle tante organizzazioni possibili in un qualsiasi posto geografico. Il nipote tornò di notte per salutare l’ultima volta l’uomo che lo aveva cresciuto. Poi se ne andò da Todi e da quel costone di Appennino con i soldi, una valigia e un paio di istruzioni per la vita. Dall’attività dell’avo aveva capito due cose: l’autodistruzione, al gioco ma non solo, è una forza d’attrazione irresistibile, monetizzabile, in espansione. E, secondo, ogni debitore al gioco ha un punto di rottura: il creditore deve agire un attimo prima che arrivi quel momento. Solo che suo nonno sguinzagliava i picchiatori a pagamento solo per avvertimenti e lezioni… E guarda com’era finito. Lui no. Lui, il nipote, avrebbe completato l’autodistruzione di ogni debitore insolvente. E l’insolvenza, aveva calcolato, è il carburante potenzialmente inesauribile del nostro mondo e dell’economia. Tutto si mangia, tutto mangia tutto. La mano invisibile dei rapporti di forza è la voracità –  pensò il Nipote – prima di spegnere la tivù dove stava guardando il film di Pinocchio. Il Nipote si alzò dalla poltrona, si diresse verso le vetrate e dal macello osservò il camion uscire dal cancello. Direzione un nuovo crocicchio mortale. Che paese, l’Italia – si disse il Nipote – mentre ammirava il fiume di cemento che scavava il suo passaggio attraverso gli Appennini. [CONTINUA]

Favole e mostri sull’E-45/3

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Viaggio

Una canzone, si era detto. Voglio una canzone per ricordare. L’infelicità è una zona della vita per eletti, sosteneva. I più, pensava, si celano dietro al vuoto conformismo del malcontento generale. L’auto, parcheggiata sul ciglio della rupe che da Sarsina si sporge sulla superstrada, puntava i fanali nella sera stesa sul paese degli esorcisti. Già, Sarsina, custode del collare di San Vicinio, tappa per masse sospettose di maligno. Musica: Dont’t play that song di Ben E. King. Canzone, porta d’accesso per i ricordi del sarsinate che aveva un chiodo fisso. Studiare, come un entomologo, l’umanità dell’E-45. La tesi da dimostrare era questa: può una strada che attraversa quattro regioni, che come un fiume rilascia i suoi affluenti (ma al contrario) essere definita un non luogo? I rapporti di forza tra animali locali e animali di passaggio come si sviluppano e, soprattutto, perché resistono ancora le enclave disseminate qua e là, ai bordi del grande fiume di cemento? Come le comunità di fiume, anche le comunità di strada, credeva, hanno uno strano rapporto con le radici. Tutto scorre ma se guardi il tutto che scorre dal punto fermo di paesi golena, autogrill o borghi in riva al Po, le radici sono spinte interiori, di senso opposto, al grande movimento del mondo. Radice? Tentativo di resistere al tutto che passa. C’è un punto, a Sarsina, in cui per una frazione di secondo si può quasi intravedere il volto del guidatore. Un attimo di volto, prima che il fiume inghiottisca il mezzo di passaggio lasciando, dietro di sé, solo i due puntini rossi degli stop. E quel fotogramma di faccia, Francesco aveva creduto di averlo già visto altre volte. Soprattutto di sera, quando l’esodo dei mezzi pesanti è più rarefatto. Quel volto, che pareva scolpito nel sasso, era rimasto impresso nelle lenti del suo cannocchiale da entomologo. Il camionista trasportava maiali. Nelle lenti del binocolo aveva osservato anche le bestie stipate nei rimorchi a due piani. E per un attimo aveva avuto l’impressione, portata via subito, che nel sabba della fame infinita dei maiali, spuntasse qualcosa di anomalo. Impossibile, si era detto. Francesco aveva acceso una Muratti e aveva sorriso di sé e della capacità di autosuggestione che tante grane gli aveva portato nei rapporti con le persone. Era uno che vedeva ombre, non nel senso di complotti e congiure contro se stesso ma nel senso – affermava regolarmente la sua ex – di immanenza della tragedia individuale. Se si soffermava troppo su un individuo, lo afferrava la smania di fuga dal prossimo. L’infelicità è una zona della vita. Impossibile – stava sghignazzando – che quei maiali si stessero sbranando un essere umano. [CONTINUA]