Home Blog

Il lupo a Forlimpopoli, due dritte per fuggire da doppiette facili e prigioni ideologiche

1
Il lupo ai Due Palazzi

Quando si concede al mirino che meno sopporta, l’occhio indiscreto e curioso dell’uomo, di solito lo fa da morto. Mi piace pensare che il suo spirito si faccia sberleffo del nostro stupore di genti disabituate a considerare la natura come luogo dove succedono, a dispetto delle nostre sovrastrutture, fatti di sangue in equilibrio con l’armonia non di una favola ideologica ma della vita selvaggia. Cose che succedono in zone che non vediamo, regioni dell’immaginazione non a uso e consumo dei leoni da tastiera. Insomma il più indisciplinato dei reduci della colonizzazione umana ha fatto la sua comparsa, a Forlimpopoli. Lo ha fatto alle 6 di questa mattina (25 settembre 2017) ai Due Palazzi, sulla strada per Selbagnone. A pochi metri dal sito di interesse comunitario meandri del fiume Ronco. A due passi (amministrativi) dalla scelta del Comune di approvare, lì, l’area di riequilibrio ecologico dei meandri del corso fluviale. Un segno? Forse. Non ho ben capito come si traduca nei fatti ma suona bene. Si tratterebbe di un esemplare femmina di lupo, circa 4 anni di vita. E chi è intervenuto sul posto ha constatato che la lupa avrebbe partorito da pochi mesi e i cuccioli, già grandicelli, sarebbero sulla strada dell’autosufficienza alimentare. Insomma, potrebbero sopravvivere e riuscire, così, a scavarsi una via di fuga verso le rupi della montagna tosco romagnola. In bocca al lupo, lupacchiotti: cercate di superare indenni le doppiette, quelle vere e quelle ideologiche di chi crede che gli animali, soprattutto i cacciatori di carne, possano sottomettersi a mode umane (consumistiche e colonialistiche sul regno animale) che vorrebbero mettere al bando la natura, cioè la lotta tra le specie per la sopravvivenza e per il dominio sul territorio. Quel territorio è isola sempre più ristretta. L’antitesi del mondo di una volta. Le isole, un tempo, erano quelle abitate dai nostri antenati. L’oscuro, la libertà, l’immaginazione, i pericoli, l’ignoto erano il mondo circostante. Oggi è l’esatto contrario e i ruoli sono capovolti. Il mondo è sotto il dominio dell’uomo e della sua razionalità famelica, tecnologica e a volte nemica del vero. I lupi, uomini di una volta, sono fantasmi e reduci di isole selvagge sparse qua e là. La lupa abbattuta da un’auto in corsa in zona Due Palazzi ha osato oltrepassare le Colonne d’Ercole per cercare cibo. E’ caduta in battaglia. Colpita non da una lancia ma da un paraurti. Come un cavaliere polacco: a cavallo, spada in mano, lanciato contro i carri armati dell’esercito tedesco. La terra, anche dalle nostre parti, si dimostra sempre più contendibile. L’addomesticamento a tappe forzate della natura, per sottometterla al servizio della nostra inarrestabile espansione, pareva un dato di fatto. Un punto certo. Irreversibile. Invece, ma non facciamoci illusioni, fuochi di ribellione esistono ancora. Sono come zone di incertezza, porzioni di ricordo atavico, con nuovi punti di equilibrio da trovare. Li troveremo solo accettando, noi e loro, il rischio di inoltrarci nelle rispettive aree di influenza. Anche l’asfalto è territorio. Anche gli insediamenti umani sono paesaggi. E gli animali, come noi, hanno zampe e non radici. La mobilità è la regola, lo strumento per sopravvivere e per esplorare nuovi mondi. Ma la mobilità non è solo destino migratorio – che potrebbe essere anche una condanna al disordine mondiale –  è pure conquista e difesa del proprio cerchio. C’è solo un rischio: lasciare la partita in mano a chi crede che la natura sia solo terra da business da difendere con doppiette e diserbanti e a chi crede, con altrettanta violenza verbale (a volte non solo), che il regno animale sia un universo da ingabbiare in prigioni ideologiche.

In settembre avrebbe cantato la dolce sirena. Onore ai reduci (quelli autentici) dello zucchero

3
Un po’ di zucchero

 

Addirittura c’è chi pensò di realizzare, nel silos della Sfir, un centro di arrampicata sportiva. Addirittura, in pieno regno di Paolo I di Zoffolopoli, circolava voce di un progetto per una Forlimpopoli Due nella piana che si allunga dal viale della stazione alla circonvallazione. Ettari di ben di Dio per i proprietari del posto che fu, prima del disarmo saccarifero, la cittadella nella città. In piena crisi economica il progetto si ridimensionò alla speranzella di salvare un pugno di posti di lavoro al servizio di una ditta finita, in epoca di disarticolazione degli interessi nazionali, nell’area d’influenza di una multinazionale divisa tra Francia e Nord America. Oggi non so cosa sia sopravvissuto. Credo poco e suppongo che quel poco sia difeso, da chi ci lavora, con le unghie e con i denti. Soldati abbandonati nell’ultima ridotta, stretta tra i cespugli che crescono qua e là e, soprattutto, dentro le pareti di una faccenda che riguarda tutti. I fissi (quelli con lo status symbol della tuta blu), gli stagionali (conciati sempre un po’ alla cazzo) e i figli dell’indotto, parola tossica che di solito si utilizza per smorzare gli effetti collaterali di una scelta. E, ovviamente, i facchini: veri Iron Man (cari più a Dioniso che al Gatorade) prima che Forlimpopoli venisse attraversata dai campioni mondiali di questa triplice disciplina. Rimestare nell’album di famiglia significa, anche, rischiare di crepare in anticipo vedendo come siamo peggiorati. Ma significa scovare quei dettagli (dai primi segni di follia alle corna di un amicone che prevede il tuo futuro) che in tempi di vacche grasse erano sfuggiti. E, aggiungo, non per sparare sul Comune (ha tendenze autolesioniste da solo), per denunciare l’abbandono verbale al quale è stato consegnato quel pezzo di asfalto e di memoria. Come se bastasse un’area artigianale Melatello qualsiasi per ridare un universo di senso al microcosmo economico della Forlimpopoli odierna. La grande crisi economica ha toccato la riva italiana nell’ottobre del 2008. Quasi un decennio fa. Ma a Forlimpopoli la fine della ricreazione suonò con l’ultima sirena, dell’ultima notte, di quella che sarebbe stata l’ultima campagna delle bietole. Era una domenica sera di novembre 2005. Pioveva, a dirotto. Ragazzi – ci disse un gerarca del personale – da domani tutti a casa. La campagna per quest’anno è finita. Invece era finita per sempre. Altro che ‘Generale dietro la collina’… La guerra non era finita. Era appena iniziata. Parlare della Sfir – pardon, ex Sfir – è come affacciarsi al Delta del Po. Va dal basso veneziano all’alto ravennate: un’infinità di rami che conducono al mare. Ne scelgo uno, per non restare paralizzato dalla condanna di non saper scegliere. Scelgo quello dei reduci. Non so cosa ne pensiate voi ma per me i reduci dello zucchero sono di due categorie: quelli che non si sono più ripresi e i facchini. Dei facchini parleremo un’altra volta. La faccenda è personale. Quelli che non si sono più ripresi sono quelli illusi che la vita vera fosse quella della campagna dello zucchero. E, forse, sono i figli naturali del matrimonio tra Forlimpopoli e le bietole. Sono quelli che hanno creduto nel punto di equilibrio tra un terzo di anno passato in fabbrica e i due terzi in giro per il mondo: in quello grande (dentro di noi) e in quello piccolo (il mappamondo). Dopo il 2005 i più non si sono più ripresi. La dimensione dei 12 mesi lavorativi – posto che oggi si possa parlare di 12 mesi lavorativi – ne ha scardinato le coordinate di vita e li vedi, ancora, brancolare da un posto di lavoro all’altro con gli occhi fissi al Vietnam che fu. Erano belli, perché si muovevano per il piazzale come gli zek in una colonia penale sovietica. Alcuni ci giocavano, altri lo erano davvero i più brutti sporchi e cattivi. Quelli che genitori, maestri e catechisti, allenatori non sempre, ci dicevano di non imitare. I Lucignolo della nostra educazione. Così pericolosi (relativamente) ma così dannatamente seducenti. Ne ricordo uno, purtroppo mi sfugge il nome. Eravamo diventati amici anche se non ci accomunava nulla se non lo scarico dei camion: lui è morto di cirrosi a nemmeno 40 anni. Il ritorno alla vita vera, una volta chiusa la storia, ha confuso le cose. Fuori sarebbe stato diverso. La muraglia lungo via Togliatti non era una prigione di stampo fordista ma la trincea che proteggeva la libertà di fare, alla fine, quel cazzo che pareva. Nel piazzale, di notte e di giorno, succedevano cose che con il lavoro avevano poco a che vedere. Se la macchina andava, i costumi erano ampiamente tollerati. Per decenni i forlimpopolesi hanno sacrificato, sull’altare della produzione dello zucchero, le estati migliori della loro giovinezza. Ma andava bene così, in particolare per i cultori inconsapevoli dello ‘sfirismo’. Fuori era peggio. E di brutto. Anche perché all’interno della cittadella il livellamento dei costumi smorzava le differenze di ceto. A Forlimpopoli i ceti? Alla grandissima. Dovete sapere che a Forlimpopoli sopravvivono, ancora, famiglie artusianissime che si sentono più brave delle altre anche se, all’interno, vi pascolano capre di dimensioni innaturali e le ipocrisie sono fortezze inespugnabili. Quelli che non si sono più ripresi sopravvivono, quelli per cui la campagna era solo la campagna guardano al passato come si guarderebbe a una gita scolastica di tanti anni fa. Quelli che non si sono più ripresi sono quelli che quando sentono una sirena che ulula avvertono muoversi qualcosa, dentro i loro petti. Il richiamo della foresta: una lattina di birra che si apre sotto le stelle di cartapesta del piazzale dei camion. Magari in settembre. Ma sono solo impressioni.

Credo non sarebbe male lasciare un messaggio nella bottiglia.

 

 

L’ultimo esodo della tribù dei bar. Ma dove andremo a finire?

14
Scatto così così…

Non so quando, esattamente. Ma so che è successo. I bar a Forlimpopoli sono cambiati e questo spiega tante cose. C’è stato un periodo in cui a Forlimpopoli erano come le chiese. Ci facevi parte e ne eri parte. Una via di mezzo tra un destino comune, alla fine ci si specchiava nei modelli di riferimento e un luogo a suo modo mistico. Anzi, religioso: con i suoi riti, i suoi sacerdoti e i suoi eretici. Recentemente, per quanto recenti siano le apparizioni sul blog, l’ultima grande tribù ha abbandonato i verdi pascoli del bar Sport iniziando l’esodo verso mari inesplorati. Sanno che sarà senza speranza? Non credo. Bene fare chiarezza: i bar, quei bar, quei Marino Montalti, si sono estinti sotto la pressione insostenibile del non spirito dei tempi nostri. L’omologazione suicida delle identità. Chi scrive nutre un sacro rispetto per la proprietà privata ma crede che tra il nuovo gestore e il gruppo storico sia caduto il patto esistenziale stipulato sull’altare bancone. Il barista è cambiato e alla tribù non resta che bussare ad altre vetrate, chiedere asilo politico su altri divanetti e accettare, alla fine, l’odore acre di altri gabinetti. Per i reduci del bar Sport in via Ghinozzi sarà diverso dai tempi andati. Con i locali (il bar è troppo gravido di significati e nostalgia) che ci sono oggi è quasi impossibile trovare terreno fertile. I più sono bar tabacchi, gli altri sono nuovi locali di passaggio gestiti (legittimamente) da ‘forestieri’. Eppure c’è c’è stato un periodo in cui si poteva cambiare casacca. Il salvacondotto per passare oltre le linee nemiche poteva essere una tipa, una maglia da titolare (a volte pagata) per il Torneo dei bar. Si faceva bruciare sulla pira delle futura nostalgia (un po’ alla Max Pezzali) una parte di noi e si accettava una parte della nuova bandiera. Se negli anni Settanta a Bologna furoreggiavano gli Indiani Metropolitani, a Forlimpopoli negli anni Ottanta c’erano indiani veri. Provinciali fino al midollo. Giovani e già sui campi delle boccette. Giovanissimi e già sul Marrafone. La domenica davanti agli sport da vecchi (come la Formula Uno) assieme ai vecchi veri. Si masticava il primo dialetto, si accendeva la prima sigaretta e si affrontava il primo corpo a corpo con l’alcol. Donne? Generalmente poche. A Forlimpopoli, solo sul finire degli anni Novanta, il Monte Athos ha aperto i cancelli al genere femmina. Quelle degli anni Ottanta erano le più scafate. A me, ragazzino del bar Sport di una sfigatissima generazione di mezzo, facevano una certa impressione. Aspettavano i più grandi, quelli con la Golf. Quelli alla moda e già al lavoro dopo la terza media. Guide spirituali e sessuali verso un posto che, per gli adolescenti di allora, era solo una suggestione: Rimini. La geografia dei bar toccava tutti i generi. La migliore gioventù frequentava le parrocchie, quelle vere. La migliore gioventù di provincia si rifugiava nei bar. Si andava dai piani alti del circolo dei Comunisti (era al primo piano del palazzo della torre dell’orologio) oppure al circolo dei Repubblicani davanti all’ospedale. La spinta politica, nei ruggenti anni Ottanta, era un mix sfumatissimo tra ideali e giro di gnocca. Primo flash: in quei due bar andavano da matti il profumo Grigio Perla e lo Scott di pelle. Inaffrontabili, eticamente ed economicamente, per i comunisti del decennio precedente. I più duri, a mio avviso, frequentavano il Caffè Novanta sulla via Emilia per Cesena. I baskettari bazzicavano lì e un certo Mariello (un colosso: capellone prima dei capelloni, rasato a zero prima dei rasati a zero) dettava a suo modo legge. In via Papa Giovanni c’era il Piccadilly. Non ho mai capito perché avesse un nome così britsh ma i tavolini che straboccavano in strada erano segno di virilità. Oggi batte bandiera cinese. Ogni buon bar aveva il suo ideologo, il suo esperto di calcio, il suo guru in fatto di abbigliamento e il suo tossico. E i tossici, negli anni Ottanta, sono stati per Forlimpopoli una memoria di croci. Gli anni si accavallano e i ricordi si impigliano gli uni con gli altri ma so, per certo, che il bar Fabbri in via Crocette era il più impenetrabile. In pieno Bronx era anche il rifugio dei ragazzi più terribili. Zero sovrastrutture e mani pesanti. Certo certo, e quelli del bar Saffi? Due punti, che poi sono tracce di cronaca nera e di sociologia. La storia del bar Saffi affonda nell’omicidio del barista (primi anni Novanta) e nella vicinanza, soffocante, con il bar Sport. Impossibile ricavarsi uno spazio vitale accanto allo Sport: archetipo di bar e miniera di storie per il miglior Pupi Avati possibile. Ci ho girato anche io negli anni bui della mia terrificante giovinezza. Chi ha resistito (a proposito, avete notizie?) è il Baretto di San Pietro ai Prati. Un posto freak incastonato in un circolo Acli e infilato tra i grilli e le spighe della campagna romagnola. Preti e Bob Marley, calcetto a petto nudo e narrazione continua. Forse il posto più aperto che abbia mai conosciuto. Dimmi in che bar andavi e ti dirò chi sei stato. Ma gli anni passano e temo che la terza generazione non nascerà mai. Fino agli anni Cinquanta Forlimpopoli era tutta un’osteria. Nella lunga parentesi del benessere economico sono arrivati i bar stanziali. I centri di gravità permanente. Oggi? L’orizzonte è oscuro. Il nomadismo del web ha disperso gli eserciti nei marosi di spritz vomitevoli e nei sabba dell’aperitivo. Una vera merda. Negli anni Ottanta il mitico Torneo dei Bar era l’evento secondo solo alla Festa de l’Unità di Forlì: con l’aggiunta di zero comizi politici e tanto calcio dal vivo. Tra i compiti e la cena, prima della partita del sabato pomeriggio, dopo il pranzo della domenica e il sabato sera – con un buon Denim su una barba mai cresciuta – si era parte di qualcosa. Illusioni perdute tra palle di biliardo che schioccano e film erotici visti il sabato notte tutti assieme? O forse i ricordi giocano brutti scherzi, inacidiscono lo sguardo sul presente e sovrappongono l’immagine della Forlimpopoli di una volta all’agglomerato odierno? Oggi, forse, si è invece parte di un paese periferia dell’indistinto e dei localini…

 

Prove di integrazione sulla Luna, ossia in via della Madonna

2
Ipotesi

La strada, quella che fa angolo con via della Madonna. Partendo dal basso. Sono arrivati i richiedenti asilo. Gira voce che non si sappiano alcune cose: quanti siano, chi siano e quanto staranno lì. La casa è stata data in affitto a una realtà che si occupa di sociale. Quindi adibita al progetto di accoglienza affidato, da Roma, alle varie prefetture italiane. A Ferrara è un casino, nel senso che la tensione si taglia con il coltello. A Forlimpopoli ancora no. E speriamo duri. Anche se il contrasto tra i muscoli neri e quella enclave di strapaese fa effetto. Un po’ di attualità lì nel mezzo: tra via della Madonna e l’ex Piccadilly (fucina di talenti nell’era del Torneo dei Bar e oggi cattedrale delle slot machine made in china). Fa effetto per i dettagli del luogo. Le case, con il giardino orto e la botte fuori per raccogliere l’acqua. Attenzione, il giardino orto è cosa ben diversa rispetto all’orto o al giardino. Il giardino orto è metafora del filo spinato a protezione delle sicurezze conquistate. Un po’ come i reticolati di luci natalizie. Le case sono state quagliate miscelando paese di sinistra e sicurezze borghesi. Un vorrei ma non troppo; senza esagerazioni ma con tutte le certezze, plastiche, di un’Italia che non esiste più. Poi due aziende, una tipografia e un meccanico di auto. Due piccole realtà a conduzione familiare. Infine lo sbocco finale: la gelateria Mario. Colonne d’Ercole della nostra infanzia. Per questa fetta di Forlimpopoli Mario e il suo gelato al gusto Puffo erano la fine e l’inizio. Fine del giro in bicicletta, inizio della via Emilia e delle auto dei grandi. Dal basso verso l’alto si stendono, a sinistra, i campi di grano e, a destra, le case di quella Forlimpopoli benestante: di sinistra ma già autarchica. L’equilibrio, instabile, è stato rotto. L’argine della enclave è caduto con l’arrivo dei profughi. La tensione si esaurisce negli occhioni smarriti di donne che osservano, stranite, quei marcantoni d’ebano con cellulari e palle di albume al posto degli occhi. Il noi e loro, in quei pochi ettari, emerge silenzioso ma perfettamente definito. Occhi e parole dei residenti filtrano il nodo centrale: la paura che la sottomissione, sublimata in quel ‘ma non fanno niente’, sia iniziata. Anche lì, tra quelle due strade che, francamente, nessuno si è mai cagato per decenni. Gli uni sono parcheggiati, gli altri incastrati lì da sempre. Ci si guarda senza evocare stupri di massa o coltellate ma con la certezza che la ‘cosa’ sia ormai avvenuta. L’argine della rappresentazione quotidiana, delle nostre certezze quanto delle nostre aspettative, è stato rotto. E adesso? Il tema, in via della Madonna è questo: adesso? La ‘cosa’ è atterrata nel giardino di casa. Nasce, si sviluppa, si moltiplica, evolve mentre noi distinguiamo i razzisti dagli antirazzisti come un alieno, nello spazio, spunta i petali di una margherita.

La mia cartolina/9

1
Maurizio Sansavini

Era il 1993 quando il muratore e scultore Domenico Mengozzi si mise a piangere. Il suono del pianto si mischiò al rumore della macina del mulino di Fiumicello, poco sopra a Premilcuore: a metà strada tra Forlì e Firenze. Era dal 1963 che quel disco di pietra dura, circa quattro secoli di vita, non macinava né grano né castagne. Questa mattina – 28 giugno 2017 – assieme al genero dello scultore, Maurizio Sansavini, abbiamo rievocato il tempo dei mulini. Perché c’è stato un tempo in cui da Premilcuore a San Martino in Strada i mulini erano circa sessanta. E in quello più alto, a Fiumicello, dove viveva la famiglia Mengozzi, la prima pietra fu posata circa mille anni fa. Gran parte di quei mulini oggi è cumulo di sassi coperto dai rovi e dalla terra. Per secoli la gora di Fiumicello ha prodotto la farina per uomini e bestie di montagna. Già, c’è stato un tempo, prima che la popolazione della montagna finisse nella gora (morta) industriale della pianura, in cui a Fiumicello vivevano 500 persone sparse per una quarantina di poderi. Salvo le domeniche d’estate, i residenti di Fiumicello oggi sono tre e non più giovanissimi. Il mulino è l’inno alla vita che un pugno di uomini, tipi lontani anni luce dall’orografia umana di spiaggia, ha riportato tra i boschi che si innervano sul crinale del passo Tre Faggi. Il sacerdote del sasso fu Domenico Mengozzi che il boom industriale portò in pianura nei tre anni cruciali della montagna forlivese. “Successe tutto – così Maurizio – tra il 1960 e il 1963. L’industrializzazione svuotò la montagna”. Fu un’operazione così perfetta che sull’Appennino di Forlì e Cesena il ‘luogo natura’ è tornato contendibile: uomini e animali in lotta. Lassù, il corpo a corpo per la sopravvivenza degli animali è tema presente, vivo, caldo come il sangue, uscito dai libri di geografia e biologia per le scuole medie per (ri)farsi vivo. Si vive tra sassi e legname, ferro forgiato nei forni della montagna che, fino alla prima parte del secolo scorso, ricadeva sotto il territorio fiorentino. Il mulino è lo scoglio sfiorato dal rio Fiumicello, affluente del Rabbi. Il mulino è la cattedrale di un mestiere, quello del mugnaio, che segnava il ritmo dei bisogni dell’uomo. Da quel mulino, in parte devastato dall’alluvione di Firenze del 1966 – perché l’urlo dell’Arno inseminò di distruzione i corsi d’acqua del territorio – passavano le genti. Il mulino frontiera di Fiumicello vide passare pastori 19enni che per la prima volta scendevano a Forlì per salire sul treno della guerra. La pianura non l’avevano mai vista prima. Dal mulino pianeta iniziava la lunga discesa verso l’oceano pianura. L’ultima ondata di acqua chiara verso le pale venne comandata nel 1963. Non c’era più nessuno lassù. Non c’era più nessuno che portava il grano da macinare e la famiglia Mengozzi iniziò la sua diaspora verso le basse del Nord. Con l’ultimo giro al chiavistello cadeva una delle frontiere dell’identità dell’entroterra. “Nel 1990 – dice Sansavini – quando decidemmo di mettere in sesto il mulino dovemmo preparare incartamenti come quelli usati per la diga di Ridracoli”. In Italia la burocrazia ha lo stesso peso sia che tu debba realizzare l’invaso che disseta la Romagna sia che tu debba rimettere assieme due sassi. Su quel progetto di recupero dovettero dire la loro ben nove enti. Compresa l’utilissima Comunità montana. “Quando nel 1993 la macina tornò a girare Domenico Mengozzi, figlio di una stirpe di mugnai lì dal 1.600, versò una lacrima”. Ci si chiede allora cosa sia la memoria. Forse è il solo mettere in moto una macchina libera dal dovere di produrre cose per noi. Si chiede a uomini che passano le domeniche a levigare sassi e a tenere pulito un bosco, cosa si provi a stare lassù: “perché si sta meglio”. Si sta meglio nella fortezza Bastiani in attesa del nulla. A difesa di un mondo che si sta riabituando a vivere senza l’essere umano.

Buona Festa Artusiana. Ma occhio alla Q

2
Buon appetito

Come eravamo belli, una volta. Edizione 2017 della Festa Artusiana. Si parte, anzi partite – io sarò assente – ma luovo.it non può marcare una sua assenza totale. Non può un po’ per la smania di protagonismo che si impossessa dei forlimpopolesi in questi nove giorni di bagordi e, soprattutto, non può per evitare che il grande carnevale degli esofagi affoghi le correnti polemiche della vigilia. E, se permettete, in questo spicchio di Romagna, siamo gli unici a procurar battaglia. Ma quali polemiche? E’ bastata una passeggiata questa mattina (venerdì di vigilia) per saggiare la temperatura. Lo spunto è la frase che da un po’ di edizioni a questa parte passa di bocca in bocca: era più bello una volta. Quando si reggeva sul volontariato puro. Erano tutti coinvolti e ogni forlimpopolese apriva le porte ai viandanti. Come ogni ricordo, la nebbiolina nasconde le magagne del passato e, come ogni ricordo, il ‘come eravamo belli’ getta la sua luce artificiale (e un filo sinistra) su miti di dubbia esistenza. Il ricordo dei più è racchiuso nella bottiglia della memoria dispersa tra i flutti di una manifestazione culinaria di difficile collocazione. E questo è vero. La filosofia di fondo resta un mix sospeso tra equivoci culturali e aspirazioni di potere e visibilità. Tanto che così, a occhio, la Festa dà l’idea di una scenografia collocabile ovunque. Eppure la malinconia dei più pecca su un paio di punti. Il dogma del volontariato totale e a tutti i costi, mantra pieno di tossine, non può reggere a lungo. In primo luogo perché ci si fa un grande culo e alla lunga ci si rompe le palle. E secondo perché, negli anni, il mitico volontariato ha regalato, ad alcuni (so, ma non ho le prove), un bel po’ di liquidità. Altro aspetto, cioè la grande bellezza da più vestali evocata, non aveva spazi vitali per crescere. La burocrazia esige il suo tributo di carte, regolamenti, tasse e controlli serratissimi da parte della polizia del pensiero. Un salto di Q era quindi fondamentale. Ma il salto di Q è un salto di Quantità che, anno dopo anno, sta seccando la radice autoctona di una festa cullata, tanti anni fa, nel grembo della Qualità. Non si spiegherebbe altrimenti l’effetto domino del disarmo tra le linee dei forlimpopolesi. Qualcosa non torna anche se, dobbiamo darne atto, Mondiali di calcio o Notte Rosa, i numeri sono dalla parte degli organizzatori. E che numeri… Tutto ha un prezzo, certo, ma credo sia giunto il tempo della decisione, ossia scegliere quale identità debba avere la nove giorni dedicata a Pellegrino Artusi. Alla zarina Laila Tentoni, all’assessore Adriano Bonetti, al sindaco Mauro Grandini e ai vari colonnelli – compresi gli standisti più fedeli alla corte e alla linea – chiedo una definita operazione di maieutica. Tanto dal punto di vista della proposta enogastronomica quanto, di conseguenza, da quello della sovrastruttura culturale. Su questo secondo punto mi risulta che i referenti dell’area spettacoli si succedano, uno dopo l’altro e anno dopo anno, come gli allenatori sulla panchina del Palermo di Zamparini. Un’idea di continuità, pure in tempo di carestia di fondi cultura, renderebbe più consistente anche la crosta di pane strisciata sull’aringa; tanto per restare in tema cibo. Con un filo di malinconia per i bei tempi passati (ma zero dietrologia) auguro a tutti buona Festa Artusiana. Perché si sta come all’Artusiana in fila alle Mariette…

Favole e mostri sull’E-45/10 (fine)

0
Viaggio

Dal lago dei Pontini indietro nel tempo. Sulle tracce di un amico la cui ultima orma, sulla terra dei rapporti umani, era stata quel biglietto. Il navajo, come archeologo di apparati umani in dismissione, era risalito lungo la corrente della storia di quell’uomo e, come fosse stata una grande porta d’accesso, aveva varcato la soglia del suo problema. Il gioco. La sospensione dal presente per riprovare l’ebbrezza della potenza perduta dopo il primo masso caduto dalla vetta della crisi economica. L’inizio della frana delle sicurezze. Vanni non aveva accettato né il declassamento né, soprattutto, la nuova competizione del rampantismo. Aveva invece scelto l’accesso al cubo di cemento. Il primo dei tanti apparsi via via lungo la superstrada E-45. L’indiano aveva saputo del cubo di cemento dal sarsinate appassionato di entomologia. Francesco, si chiamava. Un tipo un po’ così che ogni tanto passava ai Pontini per fare due chiacchiere. Sedeva sul tronco e ogni volta aggiungeva un tassello alle sue teorie comparative tra insetti e umani. Migrazioni, nuovi atteggiamenti, scelte e rapporti di forza che si sviluppano in una vasca – ipotizzava Francesco – sono simili a quelli delle comunità degli uomini. Fu in una di quelle mattine che, davanti allo specchio del lago, il sarsinate comunicò a Berto le strane apparizioni grigie. Cubi di cemento, sorvegliati e costruiti da operai con volti simili a sassi scolpiti, levigati dall’ordine di una forza superiore. Facce inespressive. La non espressività, sosteneva sempre il vecchio Vanni, trasmette la vera paura. Affinità e sospetti. Sogni e costellazioni di pianeti idee, avevano indotto Berto ad associare il biglietto dell’amico a quel cubo. Ed è lì che entrò quella sera di giugno. Uscì a Pieve Santo Stefano e imboccò la stradina che conduceva al parcheggio del blocco uno. Scese dalla macchina e controllò di avere in tasca le banconote e il suo amuleto, l’acchiappasogni acquistato da un indiano su una spiaggia di Lido di Classe. Imboccò il tunnel d’ingresso alla struttura e per un attimo credette di essere intercettato da due occhi. Il locale era disseminato in ogni lato da decine di box che parevano docce solarium. In ogni box c’era un uomo. Il giocatore era immerso in una nube di luce che cambiava colore continuamente. Decise di provare. Inserì 20 euro e da un piccolo tubo sotto i suoi piedi iniziò a salire la nebbiolina colorata. Non ricordò esattamente in quale momento la sua mente iniziò a smottare verso l’incredibile. Ricordò solo che il gioco che aveva davanti non era una slot né una roulette russa. Sullo schermo rivedeva la sua vita e il gioco consisteva nel puntare somme crescenti sulle possibilità di cambiare l’ordine della propria storia individuale. Più cresceva il margine del sogno impossibile che – ipotizzò solo dopo – avrebbe radicalmente cambiato il suo destino, più la puntata richiesta era alta. Lui partì dall’unico sogno sul quale poteva agire: la fidanzata di tantissimi anni prima materializzata sullo schermo con le fattezze del suo ricordo. Aggiunse altri 10 euro e vide, per alcuni secondi, il come sarebbe potuto essere se… non avesse avuto paura, 37 anni prima, di lasciare la strada che le convenzioni familiari avevano segnato per lui. L’infinito delle possibilità, moltiplicato per l’infinito dei fotogrammi della sua memoria, poteva essere giocato. Rimesso in gioco. Il prezzo del passato. Giocare sulla memoria. Puntare sempre di più per sospendere il presente e vivere, onnipotenti, come artefici del proprio destino. Sospendere il tempo. Bloccare il presente. Cancellare il futuro per modificare il passato. Rivivere, agendo sui gangli delle scelte, variando il corso dei rami diretti al delta dell’infelicità presente. La praterie della memoria come luogo non solo rivisitabile con i pezzi dei ricordi ma come luogo del tempo dominabile. Il gioco durò venti minuti, cioè i 75 euro che aveva inserito. Quando uscì dal box venne avvicinato da un uomo che gli chiese se avesse voluto un prestito per accedere di nuovo alla vita che avrebbe voluto vivere. Pensò alla sua vita di adesso. Pensò al suo tepee al lago dei Pontini e all’effimera sensazione di avere un posto nel presente. L’uomo in grisaglia sottopose la lista dei prestiti possibili e quando Berto, come garanzia, rispose di avere solo una tenda indiana, l’uomo calcolò il valore delle sue poche cose e fece comunque la sua offerta. Lui, il capo – il Nipote –  voleva tutto. L’ obiettivo era quello di rendere la E-45 una strada sospesa. Un fiume senza argini di umanità al quale accedere solo per salire le spire del gioco-destino. Berto accettò il prestito di 200 euro e varcò di nuovo il box. Scelse di agire sul giorno in cui si rese conto che suo figlio si vergognava di lui. Scelse di non nascondere alla sua famiglia la radice di infelicità che stava ingrossando nel sottosuolo della sua vita. Puntò i 200 euro su quel fotogramma e chiuse gli occhi. Quando la mattina dopo tornò al lago vi trovò Francesco. Era agitatissimo. Disse di avere seguito uno strano camion guidato da un uomo con il volto scolpito nel sasso. Disse che su quel camion i maiali si cibavano di uomini e donne. Disse di avere capito che quel camion faceva sempre la stessa tratta, da un macello all’altro: da Orte a Ravenna. Doveva, quasi urlò l’entomologo di Sarsina, essere in qualche modo legato ai cubi di cemento armato apparsi negli ultimi tempi.

Francesco, posso farti una domanda?”

Certo”.

Se ti dessero la possibilità di agire sul passato per impedire il presente accetteresti?”.

Forse. Ma il prezzo sarebbe troppo alto. Un potere divino sarebbe un gradino sopra il gioco d’azzardo dove, comunque, affidiamo al caso il potere assoluto su di noi”.

Se ti dicessi che in quei cubi di cemento ti danno la possibilità di puntare sul tuo passato ci crederesti?”.

No, anche se credo che il grande invaso dell’infelicità sarebbe il più grande business mai apparso sulla terra. La puntata sarebbe tendente a infinito, così il rischio e la violenza del ritorno al presente. Un progetto del genere dovrebbe essere avvallato dallo stato e, soprattutto, chi se ne occupa dovrebbe avere un sistema di recupero crediti infallibile. Mostruoso. Alla lunga sarebbero tutti debitori”.

Credi che i debitori giunti al punto di rottura potrebbero finire in quei camion che trasportano maiali? E credi che il grande progetto sia quello di fare di questi monti una Las Vegas della memoria? Sospendere il presente, ottundere i sotterranei della nostra identità, anche quella più dolorosa, con la forza immane di puntare su tutto ciò che siamo stati, credi possa essere il fine ultimo?”.

Berto e Francesco si voltarono di scattò. Il muso del camion aveva appena fatto irruzione del campo navajo. L’urlo del maiale. [FINE]

Favole e mostri sull’E-45/9

0
Il viaggio

Ci sono domeniche e domeniche. Domeniche in cui Francesco viveva nella clausura di se stesso. Domeniche in cui si infilava in macchina per imboccare il grande fiume di cemento e contemplare. Di buche, piloni solidi come grissini e tunnel deumidificati come budella di balena se ne fregava. Se ne fregava per una ragione: il problema non era quello. O, meglio, il problema era la desertificazione umana dei paesi che, come golene, accompagnavano da sempre – simili a stazioni di posta – lo scorrere della superstrada E-45. Gli autogrill, appoggiati sul fiume grigio scottato dal sole di giugno, erano cattedrali dei bisogni di passaggio. Li chiamavano i non luoghi. Tutto ciò che è solo di passaggio finisce per passare. Per scorrere, come acqua, verso il grande invaso della pianura. E-45. Zona sospesa su qualcosa. Mondo di cemento sopraelevato rispetto alle attività umane. Una dimensione a parte, appunto sospesa. La volta che provò ad inserire un diversivo nella sua vasca degli insetti, un legnetto per simulare un ponte, aveva notato che gli insetti né sceglievano il ponte né, soprattutto, rimanevano nelle stesse tane di prima. Cercavano la via di fuga verso i vetri trasparenti. Non è detto, quindi, che una strada serva per unire. La natura resta divaricata tra vallata e vallata. Gestire cosa? Bella domanda. La stessa che si pose quando osservò i cubi di cemento in costruzione. Strutture grigie in cemento armato stavano sorgendo in varie zone: a Umbertide, Mercato Saraceno, San Carlo, Tuoro. Blocchi, compatti. Parcheggi strappati a porzioni di natura. Senza vetrate, non potevano essere autogrill. Nessuna apertura per le finestre. Solo un imbocco per il tunnel di ingresso. Operai che parevano guardie, con volti simili a sassi scolpiti per offrire una parvenza umana, squadravano gli automobilisti che si infilavano nelle piazzole credendo di trovarvi la stazione di servizio. Quando Francesco decise di tornare era già buio. Rientrò a Sarsina, parcheggiò l’auto accanto a casa e spense l’autoradio. Dalle casse stava uscendo la voce di Renato Zero. Spiagge. Entrò in casa e accese la luce della sua wunderkammer. La maggioranza degli insetti se ne stava a bordo vasca. Ma alcuni, notò, si stavano radunando all’imbocco del bastoncino di legno. E a Francesco, prima di spegnere la luce per buttarsi sul letto, parve che alcuni insetti stessero accumulando materiale agli estremi del legnetto. [CONTINUA]

Favole e mostri sull’E-45/8 (con alcolico cameo)

0
Viaggio 1
Viaggio 2

Beve? Il postino di Forlimpopoli non poté che attribuire ad una massiccia dose di brandy il contenuto della cartolina che aveva sotto mano. Ma che indirizzo è Mondo? E quel ‘Io resto qua’ fa tanto Vedi cara di Francesco Guccini.

Ma decise di tenerla. Primo, le cartoline sono quasi in estinzione e, secondo, quel Mattia Sansavini non abita più qua da tempo e un suo oggetto potrebbe un domani valere qualcosa.

Favole e mostri sull’E-45/7

0
Viaggio

Accanto al tronco c’era ancora il mozzicone di Vanni. Tra le mani Berto reggeva la lettera che il vecchio amico gli aveva fatto trovare, la notte prima, all’ingresso del suo teepee. Il lago dei Pontini luccicava come ogni mattina di sole. L’ombra del bosco, più passavano le ore, più si ritirava dallo specchio d’acqua trovando la verticale (instabile) al picco della palla di fuoco. Quella mattina, al campo indiano navajo, avrebbe dovuto salire una comitiva di studenti. Zero voglia, quel giorno, di badare alla mandria di ragazzini e, soprattutto, di fare la faccia frequentabile davanti a quelle maestre che lo scrutavano con un mix di pietà, presa per il culo e tutto ciò che in qualche modo aveva incoraggiato la sua ritirata dalla comunità degli uomini bianchi, parenti compresi. Berto si era ritirato lassù perché sui 50 anni, con l’azienda edile lasciata dal padre dissolta come granelli tra le dita, i casi sono due: chiudere con tutto oppure schiudere il sogno di un bambino di San Piero in Bagno. La crisi dell’edilizia, si diceva. I paesi di montagna dissanguati, poco a poco, dal 2008 in avanti – primo anno di crisi – di aziende, posti di lavoro e soprattutto gente. Costante, lento spopolamento a favore, aveva notato lui, di una ripresa in grande stile del mondo naturale in montagna. Quasi come se si riproponesse, dopo secoli, l’antica contesa tra uomo e selva oscura. Il tutto mentre la pianura, come un estuario accoglieva corpi, tradizioni, sogni, posti di lavoro, identità in un vorace magma indistinto. Un mix non male per uno come lui che, una mattina di dicembre di alcuni anni prima, giorno di Santo Stefano, aveva salutato la famiglia per trasferirsi lassù, al lago dei Pontini. E soprattutto aveva deciso di piantare la tenda – una tenda indiana, un tepee – a bordo lago. Soldi, pochi. Il materiale per realizzare il campo era stato recuperato da discariche, magazzini in dismissione e dalle cantine. La sua tenda, più che un teepee, pareva una cosa sospesa tra una favela e un fumetto di Tex.  Ma le cose si sarebbero perfezionate col tempo. Ne era certo. Già, il fumetto di Tex. Negli ultimi anni di lavoro aveva occupato più tempo a scartabellare tra le vecchie cose di casa che a cacciare lavori nella cerniera che tiene assieme Romagna e Toscana. E quella mattina di dicembre fece fagotto, caricò il materiale sull’auto e si stabilì ai Pontini. La notte più bella della sua vita l’aveva addirittura disegnata. Era inverno e, mentre il grande bianco stava coprendo tutto, il primo pezzo di legno stava crepitando nella stufa in ghisa appena montata al centro del tepee. Come disse un rom: dal pezzo di legno che brucia nascono le stelle. [CONTINUA]